Presentazione del SalinaDocFest XI edizione (24/29 giugno 2017 – Salina) a Palermo a Palazzo delle Aquile – Sala delle Lapidi (Video)

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Evento Speciale dedicato all’UNHCR con la proiezione del docufilm CHE FINE FARANNO.

Lettera aperta al Presidente della Repubblica di Giovanna Taviani e la collaborazione di Davide Gambino. Nell’ambito del SalinaDocFest edizione 2017, è previsto un evento speciale dedicato all’UNHCR, da quest’anno nuovo patrocinatore del festival, e alle scuole, con il Patrocinio di CIDI PALERMO. Sarà infatti proiettato il docu-corto – coprodotto dal Comune di Enna e dalle Scuole in Rete Medie e Superiori, presentato in anteprima al Teatro Garibaldi diretto da Mario Incudine – “Che fine faranno. Lettera aperta al Presidente della Repubblica” di Giovanna Taviani e Davide Gambino (Italia, 2017 – 29)’. “Che fine faranno” è l’incontro tra gli studenti ennesi e gli stranieri minori non accompagnati del Centro di Accoglienza di Pergusa e di Aidone. Una lettera aperta firmata dai giovani di Enna al Presidente della Repubblica e al paese intero in cui si chiede una risposta al grande quesito relativo alle storie personali di Muhammed, Raymond, Suleyman, Balde e alle migliaia di minori non accompagnati che tutti gli anni arrivano nel nostro paese con la speranza di poter cambiare il loro destino: che fine faranno quando arriveranno alla maggiore età e saranno trasferiti in altri centri senza più l’assistenza statale? Come faranno a completare gli studi? Con che soldi potranno prendere il diploma superiore? Un viaggio in cerca di una risposta che parte da Enna, al centro esatto della Sicilia, dove secondo il mito dimorava Cerere, prosegue per Pergusa, dove si narra che Plutone rapì Proserpina per portarla con sé in fondo al lago, e finisce a Morgantina, nell’area archeologica che fu dei greci, dei fenici, degli arabi e dei normanni, secondo quella fusione di culture che questi ragazzi, provenienti da paesi e da lingue lontane, rappresentano. Sul docufilm interviene Giovanna Taviani, documentarista, saggista e direttrice del  Salinadocfest,  “in Italia esiste una categoria di giovani invisibili che noi adulti non sappiamo proteggere, si tratta dei neo maggiorenni che da minori stranieri non accompagnati si ritrovano, da un giorno all’altro, ad essere incasellati in una nuova categoria, estremamente vulnerabile. Sebbene il 29 marzo scorso la Camera abbia approvato in via definitiva la legge per la protezione dei minori stranieri non accompagnati (i minorenni stranieri che arrivano in Italia senza una famiglia – più di 25.800 nel 2016, secondo le stime di Save the children – non potranno essere respinti e avranno gli stessi diritti di protezione che sono riconosciuti ai minori italiani e a quelli che vengono da un Paese dell’Unione europea), non siamo ancora in grado di proteggere concretamente chi da poco è diventato maggiorenne. Quando un ragazzo compie diciotto anni, esce dalla comunità di accoglienza che lo ha ospitato, che gli ha garantito vitto, alloggio, vestiario, in casi fortunati l’insegnamento della lingua, una formazione, il contatto con la famiglia lontana. Che è stata insomma una casa.In teoria, il ragazzo che viene allontanato dalla comunità dovrebbe essere stato formato, inserito in un contesto di apprendimento di un lavoro, ma spesso i fondi messi a disposizione per queste attività sono scarsi, perciò le comunità di accoglienza riescono a fornire solo i servizi essenziali. Ciò comporta l’impreparazione per il neomaggiorenne ad affrontare la vita fuori dalla comunità, in un passaggio traumatico e ansiogeno che spesso porta a vivere per strada. Inoltre, il senso di colpa che i ragazzi hanno a causa del debito che i genitori hanno contratto per mandarli in Europa, lo smarrimento nel non sentirsi più accolti e la frustrazione del mancato inserimento nel lavoro, la difficoltà a costruirsi un futuro, la paura di ritrovarsi soli per strada, può facilmente portarli a rimanere vittime di sfruttamento. Se, dunque, da una parte la tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati è stata riconosciuta, dall’altra la nostra responsabilità di adulti nel consentire ai neo maggiorenni di trovare un posto sicuro dove vivere e realizzarsi latita”. La regista continua dichiarando che “la prima cosa che mi hanno trasmesso questi ragazzi è stato il dubbio atroce sul loro futuro. Quando ho incontrato Momo (Muhammed), il protagonista del mio documentario, la prima cosa che mi ha detto è stata «sono pensieroso, ho tanti pensieri, non voglio partecipare a questo documentario». Ha da poco compiuto diciotto anni, sta studiando per la licenza media e vuole continuare a studiare. – Un progetto nobilissimo -, ho esclamato subito, con l’entusiasmo idealistico di chi sta dall’altra parte. Ma l’entusiasmo ha ceduto presto il passo alla violenza della verità che Momo mi ha gridato in faccia, quando improvvisamente, serio e consapevole, mi ha interrotto: «È proprio questo il problema, ora che ho 18 anni rischio il trasferimento in un luogo lontano da qui e l’interruzione del percorso scolastico che sto cercando di portare a termine con fatica e dedizione. Io non ho gli stessi diritti di un giovane che vuole studiare. Noi e voi siamo diversi». Avevo trovato il mio personaggio. Mi sono subito documentata con esperti del settore, ho preso informazioni sul percorso dei minorenni che diventano maggiorenni, sui centri di accoglienza per minori e per maggiorenni, sulle leggi in vigore e gli organi competenti in materia. In classe ne ho parlato con gli studenti italiani e abbiamo deciso di trasformare il laboratorio sull’immigrazione in un documento politico, una Lettera aperta al Presidente della Repubblica – su suggerimento del Preside della scuola Filippo Gervasi, che poi ho anche coinvolto nelle riprese del doc – in cui semplicemente apriamo dei dubbi e poniamo delle domande, come deve fare per statuto ontologico un documentario”.

Rosanna Minafò

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