Allegri meglio di Conte? Dibattito aperto tra i tifosi bianconeri

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Il dibattito è sempre stato aperto, e adesso che la Juventus ha affondato il Borussia Dortmund (ex prima donna delle più recenti edizioni della Champions League) questo dibattito è ufficialmente decollato: Massimiliano Allegri è meglio di Antonio Conte? E’ più europeo? E’ più aziendale? Oppure è soltanto l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto? Si tratta per lo più di un dibattito ancora sterile, perché quando le stagioni agonistiche non sono terminate è sempre troppo presto.

Ciò su cui si può effettivamente iniziare a ragionare sono piuttosto le eventuali e tangibili differenze di applicazione di gioco. Conte era il “talebano”, l’uomo del calcio applicato agli schemi, se si vuole quindi anche di una certa rigidità nel fare gioco, produttiva, martellante e quindi entusiasmante. Il 4-2-4 era il dogma che si autosmentisce, e la forza dell’attuale commissario tecnico della Nazionale cambiare nel cambiamento (4-3-3 quindi poi il definitivo 3-5-2 che esaltava la forza difensiva tutta italiana, dunque basata su compattezza e orgoglio, della sua Juventus). Allegri era invece il “milanista”, l’uomo del calcio affidato ai singoli, meno accentratore ma anche allenatore che nel dopo-Ibrahimovic aveva visto sciogliersi tra le mani l’esperienza rossonera settimana dopo settimana. Il livornese lo scrisse anche nella sua tesi di Coverciano: lui crede nel 4-3-e qualcosa, dove il qualcosa si adatta agli uomini a disposizione, agli avversari, allo stato di forma e al karma del momento. Più 4-3-1-2 che 4-3-3, molto lavoro per vie centrali e non un grande perfezionista del gioco sulle fasce.

Alla Juventus tutto questo inizia a vedersi a occhio nudo. Allegri sta ottenendo il suo calcio e questo è il suo primo grande successo. Conte a questa squadra dette sicurezze totalmente smarrite, un esempio su tutti la gestione del pallone tra i piedi di giocatori oggi basilari come Barzagli, Bonucci, Chiellini e Marchisio. Gli ultimi due sono diventati nel tempo anche i vicecapitani riconosciuti. Riconosciuti anche da Allegri, il quale fin dall’estate capì che la chiave era non offendere il gruppo storico (a Conte nel 2011 bastò invitare a cena una volta Buffon e Del Piero). Con loro ha saputo dialogare decidendo quasi insieme di intaccare il 3-5-2 nel tempo. Perché il suo 3-5-2 a livello teorico era diverso, era quello che si è visto a Roma e a Dortmund per 65 minuti: scivolare su una linea a quattro dietro, alzando Lichtsteiner ad ala come quando giocava in Francia nel Lille, a meno che l’avversario non riesca a portare il pallone ai 30 metri; forzare le transizioni veloci, portando palla e attaccando le linee. Novità effettive rispetto al 3-5-2 del predecessore, modulo che prendeva campo, anche compassato, strangolando il nemico come un’anaconda e sfruttando moltissimo la circolazione orizzontale, Pirlo e l’ampiezza del campo.

Quelli relativi al reparto difensivo sembrano dettagli, ma a livello professionistico non lo sono. E’ però soprattutto in avanti che la forbice tra le due gestioni bianconere si fa lampante. Chi avrebbe mai detto che Carlos Tevez avrebbe realmente potuto tornare ad essere il grande contropiedista degli anni migliori? Con Conte l’Apache si muoveva quasi da terminale, la richiesta è che gli si portassero palloni ai 20 metri. Tutto funzionava benissimo. Con Allegri Tevez è testa e gambe, trequartista di possesso, incursore ma soprattutto strumento e fine della finalizzazione veloce. Insomma, gli sono state richieste doti che fisicamente parecchi addetti ai lavori non gli riconoscevano più. Perché, appunto, la mano dell’allenatore nel calcio moderno si vede sempre. Che poi Conte fosse un maniaco del controllo e che Allegri, durante il ritiro, non andasse neppure sul pullman con la squadra sono piccolezze di fronte alla forza della parola del campo.

A cura di Luca Momblano

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