Trump e la crisi dei missili. Facciamo chiarezza

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Alcune settimane fa è divenuta di dominio pubblico la paventata denuncia da parte americana del trattato INF, siglato fra USA e URSS nel lontano 1987.  L’amministrazione americana denunciava le violazioni già dai tempi del primo mandato presidenziale di Barack Obama.

Tutti conoscono l’altissimo livello di tensione che fu sopportato dai due blocchi, atlantico e comunista, durante la guerra fredda a causa della deterrenza nucleare. L’esempio più noto è la celebre crisi dei missili di Cuba, sventata per un pelo grazie al buonsenso del Presidente Kennedy e del Segretario sovietico Nikita Chruščëv. Ma non tutti sanno che quel dispiegamento di missili sovietici nell’isola caraibica era la pesante risposta dell’URSS ai missili balistici a medio raggio piazzati dagli Stati Uniti in Turchia e nel nostro Paese. Anche negli anni successivi alla sventata crisi, il problema dei cosiddetti “Euromissili” rimase sempre una costante nei rapporti fra USA e Russia. Fu solo nel 1987 che, dopo un difficilissimo e lunghissimo lavoro diplomatico, il presidente Reagan e Mikhail Gorbaciov arrivarono al famoso accordo INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty).

Il trattato in questione costituisce uno dei punti cardine nella politica di contrasto all’escalation degli armamenti ed al contenimento della proliferazione nucleare. Già in precedenza le due superpotenze erano giunte ad accordi di limitazione, ma qui per la prima volta si parlava di una vera e propria eliminazione delle batterie missilistiche a medio raggio (per intenderci, batterie terresti mobili che possono lanciare missili armati di testate nucleari virtualmente da qualsiasi luogo raggiungibile su ruote). Inoltre, la Russia aveva eccezionalmente accettato di accogliere verifiche periodiche di osservatori internazionali sul suo territorio affinché vigilassero sul rispetto del trattato.

 

Reagan e Gorbaciov mentre siglano l’accordo

Il trattato fu un enorme successo, e non solo portò un notevole contributo alla distensione fra i blocchi fra le due superpotenze durante l’ultima fase della guerra fredda, ma costituì un concreto vantaggio per noi Paesi europei membri della NATO, in quanto direttamente minacciati da questo tipo di armi collocate sul territorio sovietico. Dopo la fine della guerra fredda il trattato continuò a rimanere in vigore, senonché nel 2014 l’amministrazione Obama per la prima volta denunciò pubblicamente le asserite violazioni del trattato da parte della Russia.

Trump lo scorso 22 ottobre ha definitivamente deciso di passare ai fatti, ritirando gli USA dal trattato ed affermando, con evidente intento polemico, che è in utile tenere in vita un accordo se a rispettarlo è solo uno dei contraenti. Ma dopo nemmeno 24 ore un colpo di scena: il presidente fa una sorta di mezza “marcia indietro”, sostenendo che il ritiro degli USA non è scontato ma che si dovrebbe fare una seria discussione per allargare il trattato anche alla Cina. Nel contempo ha anche affermato però che una delle prime azioni che verranno effettuate sarà un rafforzamento dello schieramento missilistico americano nel Sud-est asiatico e nel Pacifico, in particolare nella base di Guam.

In effetti, il fattore dell’estremo oriente non deve essere sottovalutato. Appare in maniera sempre più evidente che il motivo per cui Trump ha voluto sganciarsi dal trattato non risiede a Mosca, bensì a Pechino. Non è un segreto che la Cina sta ormai da anni innovando il proprio settore missilistico, tentando di recuperare lo scarto che ancora rimane con le altre due potenze. In effetti, dal punto di vista americano, limitare il proprio potenziale strategico mentre tutti gli altri Paesi detentori dell’arma atomica, Cina in testa, sono pienamente liberi di fare il contrario non sembra molto ragionevole.

Un DongFeng-31, uno dei missili terra-terra a medio raggio in dotazione all’esercito cinese

Era stato inizialmente auspicato un incontro fra Putin e lo stesso Trump per chiarire la questione durante il vertice di ieri a Parigi (dove tra l’altro il presidente americano non si è lasciato sfuggire una polemica osservazione circa la possibilità di un esercito europeo), ma a quanto pare è stato lo stesso presidente Macron a chiedere di rimandare, forse per timore che l’incontro potesse fare ombra all’evento organizzato all’Eliseo. Ad ogni modo, a margine dell’evento c’è stata una discussione fra i tre presidenti e la cancelliera Merkel su vari temi, fra cui pare il trattato INF. Per ora possiamo solo attendere un altro incontro sul tema e valutare le possibili soluzioni che emergeranno in questi giorni.

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