Accordo fra Erdogan e Putin su Idlib. Ma lo scontro è solo rimandato.

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Sembra che finalmente sia stato raggiunto l’accordo fra Erdogan e Putin su Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli siriani che ancora resiste alle truppe di Assad.

La provincia di Idlib è una delle regioni più ricche della Siria, incastonata fra la costa, la città di Aleppo e il confine con la Repubblica turca. Quando scoppiò la guerra civile siriana fu fra le prime città in cui si ebbero manifestazioni e proteste, poi degenerate in una vera e propria insurrezione armata. Fu da questa città che partì l’attacco condotto dai ribelli contro Aleppo, il più importante centro economico di tutta la Siria. Riuscirono a mantenere il controllo della città fino al dicembre del 2016, quando le truppe governative, dopo enormi sforzi e moltissime perdite, espugnarono le sue difese.

un porto sicuro per tutti i naufraghi

Da quel momento in poi, la situazione era rimasta come sospesa. Certo, non mancavano continue scaramucce e piccoli scontri fra i due schieramenti (con qualche bombardamento russo di tanto in tanto), ma tutte le risorse erano state destinate alla lotta contro l’ISIS, il quale stava arretrando su tutti i fronti. Questo aveva fato di Idlib una sorta di “porto sicuro”: ogni volta che l’esercito governativo siriano o quello curdo riuscivano a piegare la resistenza dei ribelli, tutti gli sconfitti che non deponevano le armi vi potevano trovare rifugio. Questa enorme concentrazione di combattenti che si era così creata accoglieva tutti, a prescindere dall’ideologia: da guerriglieri di Al-Nusra (la branca siriana di Al-Qaeda) all’Esercito siriano libero tutti fanno fronte comune contro Assad. Soprattutto ora che la guerra è ormai agli sgoccioli.

“la madre di tutte le battaglie”

Da più di un mese si stanno ammassando armi, uomini e mezzi in vista di un assalto definitivo. L’ultimo grande sforzo prima di poter mettere la parola fine su questa guerra. Gli stessi Paesi occidentali (in primis l’Inghilterra) ormai da tempo non supportano più i combattenti anti-Assad, anche per il grande imbarazzo di dover negare l’evidenza riguardo ai ribelli: quelli che erano stati presentati all’opinione pubblica come dei paladini della libertà non sono altro che jihadisti mascherati. Il sito libanese “Al-Masdar” ha definito questo scontro ormai prossimo come “la madre di tutte le battaglie”.

Ma, come sempre durante le guerre, “scontro” è sinonimo di “vittime fra i civili”. Nella provincia di Idlib vivevano un milione e mezzo di persone allo scoppio della guerra. Ma questo numero è certamente aumentato, in quanto molti profughi in fuga dai combattimenti si erano diretti verso l’unica regione ancora tranquilla del Paese. In uno scontro prolungato, con attacchi d’artiglieria, raid aerei e l’impossibilità di portare soccorso, chi può sapere quanto potrà resistere la popolazione?

Ma forse c’è ancora un’ultima speranza. Quattro giorni fa il presidente turco Erdogan e Vladimir Putin hanno raggiunto un accordo di massima per evitare l’escalation militare nella regione. I due leaders si impegnano a creare una zona demilitarizzata, profonda fra i 15 e i 20 km, fra il territorio controllato dai ribelli e le truppe di Damasco. Questa zona-cuscinetto, tuttavia, non può essere considerata una soluzione definitiva. Assad rivuole la sua nazione tutta intera, mentre la Turchia ha già da tempo messo gli occhi sulla regione. Ankara è l’unica nazione che ancora supporta (almeno apertamente) i ribelli di Idlib, fornendo con regolarità armi, munizioni e materiale bellico. C’è chi lo ha ormai definito un protettorato turco. La questione è solo rimandata.

Truppe ribelli si addestrano con armi di provenienza turca
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