Guerra, a chi conviene?

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La guerra può essere definita come  il massacro tra persone che non si conoscono, per conto di persone che si conoscono ma che non si massacrano. La guerra è stata fatta per diverse ragioni. Per la religione, per l’occupazione di interi territori, per le antipatie che alcuni leader politici avevano nei confronti di altri, per imporre le proprie ideologie, per rovesciare governi non amici e mettere governi amici. Qual è stato il vero vantaggio che le popolazioni hanno ottenuto da tutto ciò? Nessuno. I veri benefici vanno a vantaggio di ben poche persone, in testa le industrie che producono armamenti, le imprese che devono garantire la ricostruzione e le imprese di security private. Per quanto riguarda le industrie di armi, esse fanno affari con tutti, non hanno ideologie, non hanno colori politici. L’unico colore conosciuto è quello verde, quello del dollaro. Fanno affari con tutti: terroristi, Stati canaglia, organizzazioni criminali. L’importante è che paghino. L’embargo? A volte si supera semplicemente tramutando un semplice elicottero di guerra in elicottero di salvataggio. Missili e bombe vendute a uno Stato secondario il quale li rigira a sua volta allo Stato principale. Semplici triangolazioni. Per porre un esempio, nonostante l’embargo americano,  l’Italia ha venduto per anni armi alla Libia di Gheddafi. La stessa Italia che per anni ha avuto il triste primato di primo Paese esportatore di mine antiuomo. Le stesse mine che i nostri genieri dell’Esercito hanno bonificato nel deserto afghano dopo la fine del conflitto. L’impatto sulla vita delle popolazioni locali è devastante. Non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Un peso enorme è poi imposto al sistema sanitario e sociale di quei paesi. Per fare un esempio il costo degli arti artificiali che occorrono a una sola persona colpita da una mina può oggi stimarsi in circa 3000 dollari. L’industria delle armi costituisce il 2,5% del Pil mondiale. Cifre che aumentano ad ogni nuova guerra. Un tempo si faceva la guerra giustificandola come guerra di pace (cosa c’è di pace in una guerra?), in seguito come guerra di liberazione contro i tiranni, adesso si parla di guerra contro il terrore. Si cerca di trovare una giustificazione della guerra. Una giustificazione che non esiste. Cos’è cambiato veramente in quegli Stati che di recente hanno avuto una guerra? Si pensi ad esempio all’Afghanistan con i talebani, all’Iraq con Saddam Hussein o all’Egitto di Mubarak. In Iraq e in Egitto regna il caos, la Libia è ormai assediata dai terroristi e l’Afghanistan dopo 14 anni di conflitto ancora non riesce a trovare una stabilizzazione. Mentre si iniziano nuove guerre, stranamente e per ironia della sorte in Paesi considerati come principali esportatori di petrolio, altri Paesi sono stati lasciati soli. Si pensi ad esempio alla guerra civile scoppiata in Cambogia dove, seppur le stime abbiano parlato di circa 3 milioni di vittime, vi è stata una quasi totale assenza della Comunità Internazionale. Stesso discorso per la Somalia dove, dopo un primo intervento dell’Onu, nuovamente è stata lasciata in balia di bande criminali che controllano, ancora oggi, interi territori. Ogni guerra produce distruzione e tutto ciò che si distrugge va ricostruito. A chi spetta l’opera di ricostruire? Alle Nazioni che ne hanno preso parte, ovviamente, e in proporzione al peso della loro partecipazione al conflitto. Ed è qui anche che parte la corsa per aggiudicarsi i migliori appalti: ponti, autostrade, viadotti, scuole. La ricostruzione fa gola a molte imprese. I cittadini di quel luogo, ancora una volta, sono vittime innocenti. Solo per l’Iraq si è stimato che il valore delle opere per la ricostruzione si aggirava intorno a 8,6 miliardi di dollari. Cifre importanti che potrebbero far capire quanto interessi ad alcune Nazioni dare vita a nuove guerre. Ogni guerra produce dolore. Come dimostare la storia raccontata da Emmanuel, che in Australia ha partecipato al programma X-Factor.  Il  video – diventato virale in internet – rappresenta una sintesi eccezionale di tutto quello che comporta una guerra. Da una parte abbiamo il dramma personale, assoluto e incontestabile di una vittima dell’imperialismo occidentale. La storia di due bambini abbandonati in una scatola di scarpe, nati deformi a causa dei bombardamenti all’uranio impoverito effettuati durante la Prima Guerra del Golfo. (C’eravamo anche noi, non dimentichiamolo). Poi abbiamo l’avventura umana di Moira Kelly, una donna eccezionale che ha dedicato la sua vita ad aiutare migliaia di vittime dell’ingiustizia e delle guerre nel mondo, come Emmanuel e suo fratello. Il palcoscenico di X-Factor diventa così un moderno altare dell’olocausto: la macchina mediatica “accoglie” generosamente il povero Emmanuel, gli offre la possibilità di cantare la sua sete di giustizia e premia il suo coraggio con un prolungato applauso, commosso e caloroso. Quello che ci sfugge di mano è la funzione ultima di quelle lacrime, poiché rischiamo di annegare in un fazzoletto bagnato ciò che dovrebbe diventare invece una decisa richiesta collettiva, diretta ai nostri governanti, di mettere immediatamente fine a tutte le guerre nel mondo. Nel momento in cui piangiamo per Emmanuel, ma poi non alziamo la voce per fare quella richiesta, diventiamo comunque complici della sua disgrazia. Se invece decidessimo fin da ora di non votare nessun partito che non si impegni chiaramente a ritirare le nostre truppe dai vari teatri di guerra, avremmo trasformato quelle lacrime in qualcosa di utile per il futuro dell’umanità. È questa una delle tante storie che andrebbero raccontate al mondo per far capire quanto vale la forza di volontà di una persona che, nonostante tutto, vuole diffondere la sua passione per la vita e nel contempo focalizzare gli sguardi sui diritti dell’umanità.

di bimbiDavide Guarnera Michele Stancanelli

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