Sicilia, gli sprechi di una regione “virtuosa”

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Non è una novità che la Regione siciliana sia incline agli sprechi di risorse pubbliche. Copiose sono state, specialmente negli ultimi anni, le inchieste che hanno portato in luce le spese folli di dirigenti e amministratori pubblici, che su diversi livelli territoriali hanno disposto arbitrariamente delle somme destinate al mantenimento delle funzioni pubblica. Nel 2012, all’indomani delle elezioni amministrative che videro vincitore Rosario Crocetta, lo stesso aveva dichiarato che avrebbe “chiuso tutti i carrozzoni mangiasoldi”. Come purtroppo era prevedibile, considerate le passate promesse fatte dalla classe politica in periodo elettorale, “i carrozzoni mangiasoldi” sono ancora lì e, come se non bastasse, sono anche stati occupati con i suoi uomini. Per quanto riguarda gli sprechi considerevoli da sempre si punta il dito contro le cosiddette partecipate, ossia quelle società a componente mista cui parte delle quote sono di titolarità pubblica. Tra i casi emblematici di partecipate che hanno fatto tanto parlar di sé si ricorda il caso della “Siace”. Nel novembre del 1985, ben trent’anni fa, la degenerata madre degli sprechi, dotata di smisurati quanto inutili stabilimenti, piani industriali quanto meno di incerta fattura, veniva messa in liquidazione. Un’azione eccelsa, un taglio netto allo sperpero pubblico, se solo non fosse che trent’anni più tardi la società per l’industria agricola cartaria editoriale è ancora nelle mani del commissario liquidatore, che ha accumulato, negli anni, altri 31 milioni di debiti. Nel 2012 il commissario governativo per la spending rewiew, Carlo Cottarelli, aveva mirato proprio alle partecipate dei tre livelli governativi (Regione, Province, Comuni), rilevando che esistevano circa 10mila aziende che avrebbero totalizzato 1,2 miliardi di perdite. È così, quasi profetico, il commissario dichiara «Procederemo al piano di razionalizzazione entro la fine di luglio». Conclusione? Dopo la rottura con il premier Renzi, il commissario rinvia il riordino delle partecipate sine die. Ma nel frattempo, sicuramente, la Sicilia avrà imparato, avrà aperto gli occhi dinanzi quei 1,2 miliardi di euro e avrà smesso con le spese folli e le amministrazioni di dubbia legalità. E invece no, gli enti hanno continuato a investire nei settori più strabilianti: come stabilimenti balneari, alberghi, falegnamerie, distretti tecnologici. Ma torniamo alle promesse dell’esimio presidente Crocetta. Se appena eletto annunziava, come sopra citato, la chiusura dei carrozzoni, solo un anno dopo, nel 2013, ritratta: «Cederemo un bel po’ di società. Ne resteranno solo sei». Bene, è la volta buona, ora si fa la rivoluzione. Così uno dopo l’altro, nell’ottica di un riordino generale,  Crocetta ha nominato nei Cda delle vituperate società una moltitudine di fedelissimi. La sua storica segretaria personale, Loredana Lauretta, è entrata nel cda di Sicilia patrimonio immobiliare; Gaetano Montalbano, dall’ufficio di gabinetto del presidente della regione è arrivato alla Seus, che gestisce il 118; mentre l’ex responsabile della segreteria tecnica del governatore, Stefano Polizzotto, è diventato vicepresidente dell’Ast, che gestisce le autolinee siciliane. Punta di diamante della rivoluzione delle partecipate è il commissariamento di “Sicilia e-Sevizi”, con niente poco di meno che l’ex Pm Antonio Ingroia. Ad aprile dello scorso anno, la Procura regionale della Corte dei conti ha contestato a Ingroia, Crocetta e a mezza giunta l’illegittima assunzione di 74 dipendenti, tra gennaio e febbraio: operazione che avrebbe causato un danno erariale di 2,2 milioni di euro. «Se non li avessimo regolarizzati» ha puntualizzato Ingroia «si sarebbe bloccato il sistema informatico della Regione».  La rivoluzione tarda sempre più ad arrivare, e forse possiamo oramai temere che mai arriverà. Ciò che sicuramente continuerà è quel valzer degli sprechi, cha fa sì che il mantenimento della macchina pubblica siciliana sia in media cinque volte più oneroso rispetto alla Lombardia.

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