“Uno scrittore ai domiciliari” Di Niky Marcelli

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Clausura fin che s’apra, silentium finché parli! Questo motto è inciso, al Vittoriale, sullo stipite della porta d’ingresso dello studio di Gabriele d’Annunzio, il quale, quando scriveva, si isolava dal mondo per inseguire le sue Muse.

Atteggiamento, per altro, comune alla maggior parte degli scrittori, compositori e artisti in genere che, nella fase creativa, hanno bisogno isolarsi nella loro turris eburnea in compagnia unicamente di Madonna Solitudine e Madama Concentrazione.

Una clausura “obbligata”, quindi, potrebbe essere anche considerata una manna dal cielo per chi – come nel mio caso – sta faticosamente cercando di scrivere un libro e, oltretutto, soffre di una grave forma di ispirazione ballerina. Finalmente ha il tempo per poter stare “al chiodo”, poiché gli è inibita qualsiasi altra distrazione ad eccezione della lettura o delle resistibili tentazioni di Sky o Netflix.

Infatti, alla notizia che avrei potuto assentarmi dal lavoro fino al termine dell’epidemia, per dedicarmi anche alle “belle lettere”, ho fatto i salti di gioia. Avevo giustappunto un problemino con uno snodo e non riuscivo a trovare la concentrazione per superare l’impasse in maniera quantomeno decorosa.

Eppure, per i primi dieci giorni sono rimasto completamente “spiaggiato” sul divano, infilando un film dopo l’altro e con quel vago senso di colpa che ti prende quando sai benissimo che dovresti fare qualcosa ma la pigrizia è soverchiante.

Situazione che lo stesso D’Annunzio conosceva bene, dato che uno dei suoi motti più celebri è senz’altro Voglia di lavorar saltami addosso, ma tu pigrizia non mi abbandonare. Ne sapeva qualcosa il povero Arnoldo Mondadori che attese invano, ad esempio, il più volte annunciato manoscritto di Amaranta, per il quale aveva versato fior di anticipi ma di cui il Vate non scrisse mai nemmeno il frontespizio.

La verità è che, nonostante la mia spiccata vena satirica e ironica, condita con abbondante dosi di irriverenza, mi abbia messo nel novero di quelli che si prendono gioco del virus e rilanciano sui social non le poesiole strappacuore (e strappa maroni) o le novene alla Madonna, ma tutti i meme e i video demenziali sull’argomento, non riesco a non essere preoccupato.

Per me stesso, anche se sono praticamente “Highlander” – a differenza di Hemingway, infatti non bevo e non fumo; contrariamente a Verlaine o Hugo non faccio né uso né abuso di farmaci o sostanze psicotrope e per converso faccio molto esercizio fisico (invero cedo ai peccati di gola che poi sconto in palestra!) – ma soprattutto – come, immagino, la maggior parte di noi – per i miei cari, la cui concentrazione nel nord Italia è oltretutto allarmante.

Quindi, possiamo dire che tutta la prima settimana l’ho passata a preoccuparmi, a seguire l’evoluzione dell’epidemia, a sentire le persone che amo, in una situazione – pur restando apparentemente calmo – di ansia e di stress che ha convinto la mia Musa ad infilarsi la mascherina e mettersi in quarantena a sua volta, seguita a ruota da Madama Concentrazione. Accanto a me era rimasta solo Madonna Solitudine, che tossiva in maniera inquietante e si provava la febbre tre volte al giorno.

È andata decisamente meglio nei giorni successivi, la voglia di lavorare mi cingeva d’assedio ma la pigrizia, all’interno delle mura, non si era fatta trovare impreparata, a differenza del sistema sanitario italiano ed europeo.

Infatti, mentre giravo intorno al computer in cerchi sempre più stretti, come uno squalo che abbia puntato la preda, la perfida mi soffiava nell’orecchio per ricordarmi che sono un tipo “all’antica”. Ovvero incapace di correggere sulla pagina word. Ogni volta che termino il lavoro della giornata, ho la necessità di stamparlo e riguardarlo (ovviamente con la penna rossa!) per poi ribatterlo il giorno dopo prima di proseguire. Dov’è il problema? Non possiedo una stampante.

Negli ultimi dieci anni, in preda forse ad un bizzarro snobismo, non ho ritenuto necessario sostituire quella che si era rotta e mi sono sempre appoggiato alla copisteria sotto casa. Che, con il decreto “Cura Italia – #iorestoacasa” è ovviamente chiusa. È restato a casa anche il titolare!

Ho provato a scrivere qualche riga, rendendomi subito conto che stavo producendo letame. La pigrizia – bastarda! – si fregava le mani.

Ma la voglia di lavorare continuava a dare l’assalto al fortino e la Musa sembrava voler rientrare dalla quarantena. Infatti mi ha mandato l’agognata ispirazione: quella di girare l’angolo, entrare nel negozio di computer – per fortuna aperto – e comprare una piccola stampante.

Miracolo! La solitudine ha sfebbrato, è tornata anche la concentrazione e ho ricominciato a scrivere (e a correggere)!

La Musa si è saldamente accoccolata sulle mie ginocchia e il libro, lentamente, si è rimesso in moto.

Adesso, almeno dentro casa, sembra tornato tutto alla normalità e fuori dalla finestra splende un piacevole sole che contribuisce a darmi la carica insieme al bar all’angolo che, pur restando chiuso al pubblico, tutte le mattine mi manda a casa un cappuccino e un cornetto, irrinunciabili generi di conforto per uno scrittore ai domiciliari.

Niky Marcelli

Francesca Proietti Cosimi

Com. Stam.

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