L’efebo di Notre Dame, racconto della scrittrice e critico d’arte Melinda Miceli recensito dal regista Stefano Reali

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L’efebo di Notre Dame, racconto simbolo del Certamen sulle Cattedrali della nota scrittrice e critico d’arte Melinda Miceli è stato recensito dal coltissimo e famoso regista Stefano Reali che era il presidente del Comitato scientifico del Certamen per la sezione letteraria.

A seguire la recensione del racconto indottrinatissimo che si leggerà nel catalogo “E venne il tempo delle Cattedrali” durante la mostra del Certamen “Bellezza divina- sezione aurea che si terrà dal 20 al 25 aprile presso la Biblioteca Museo Elio Vittorini. Il racconto è stato  segnalato da una targa istituzionale dalla rivista Ars Magistris per la trama misterica e il lessico nobile che caratterizza la scrittrice siciliana Melinda Miceli, nota al mondo editoriale come scrittrice stanhaliana e Dannunziana mietitrice di trofei letterari.

“Leggendo “L’Efebo di Notre Dame” della nota scrittrice e critico d’arte Melinda Miceli, si ha l’impressione di trovarsi di fronte allo zampillo di una sorgente di acqua purissima che, inaspettata, sgorga da un lastrone di pietra di montagna, tanto è limpida la prosa che fluisce libera, naturale ed adamantina dal racconto. La ricchissima, ma mai ingombrante eloquenza dell’Autrice ha il dono di fare apparire davanti ai nostri occhi avidi, tutti i Loci della sua affascinante fabula, che si snodano liquidi, sensati, necessari: a partire dal primo incontro con l’Efebo Delfo, (e già la paronomasia delle due parole sembra un campanello d’allarme, per l’erotismo ed il mistero che inevitabilmente ne seguirà), ci sembra di vedere il ponte dinanzi alla Corciergerie, così come poi vedremo l’interno della Cattedrale, con la sua magia misterica e teosofica in una dimensione soprannaturale. Nello scorrere di sentimenti, emozioni, immagini, che la Miceli riesce senza sforzo ad inanellare nel suo eloquio, quasi uno stream of consciousness joyciano, ci fa ripercorrere l’interno di quegli stessi luoghi, ma nella nostra memoria, come se li vedessimo sfocati, fuggenti, come se noi stessi, insieme ad Ariana, potessimo sentire la dolcezza dell’essere travolti dalla pubere taumaturgia di Delfo: dalla sua innocenza, ma anche dalla sua prepotenza nell’insinuarsi in uno spettrale, intimo, caleidoscopio di desideri inconfessati, e che non vedono l’ora di esplodere.E che dire della pulsionale, sistolica, ansia con cui ci ritroviamo a sentire insieme ad Ariana il suo conflitto tra il Desiderio fisico e a sua Integrità Spirituale che da quell’animo diabolico e doppio sente minacciata? Come è possibile, sembra chiedersi Ariana, poter pretendere di far convivere due meta-realtà così urgenti, indispensabili, ma che sembrano non poter essere perseguibili nella stessa incarnazione? Può un’esistenza subire l’inevitabile rassegnazione di chi si arrende a questa non compatibilità, ed è costretto a sacrificare uno di questi poli, scoprendo che magari rinunciare ad Uno significa compromettere irrimediabilmente anche il godimento dell’Altro? Ad Impossibilia Nemo Tenetur sembra dire Delfo ad Ariana, nel momento in cui le ricorda che può fuggire da qualunque cosa tranne che da se stessa, e dal suo brivido cellulare primario. Sarà la sua Spiritualità, a trionfare, o la sua pulsione erotica? Cosa prevede il samsara di questa esistenza, per lei, e forse per quella di noi tutti, con la sua ossessiva reiterata coazione a ripetere? Se l’unico animale che non impara dai suoi errori è l’essere umano, allora l’Anima che lo tiene in vita, e che anela all’Immortalità, sembra voler gridare continuamente a se stessa di poter differire, procrastinare, il Tempo dell’Apprendimento, per sperare di godere, qui ed ora, il tempo dell’Appagamento, come sintesi di due mondi che parrebbero non avere punti di contatto, ed invece ce l’hanno, nella prosa di Melinda Miceli, e trovano un loro link sottilissimo che li congiunge a sorpresa, e con soddisfazione, in questo magico, melodioso racconto intriso di misteri d’arte e psicologici che si riflettono e si specchiano nell’ambiguità psicologica del protagonista. L’efebo ci sorprende nel suo finale, così filosofico, e al tempo stesso pacato, giusta conseguenza di tutte le istanze poste e postulate, e dove si fa fatica a capire come sia stato possibile, per tutti noi, non capire la natura delle cose, la loro indispensabile polemos eraclitea. La Miceli sembra condurci per mano nell’atto di esaminare la verità della sua intuizione, poetica e gnoseologica al tempo stesso: ogni momento della nostra vita che non dedichiamo alla ricerca di una soluzione individuale a questo dissidio immanente, è un diamante che ritorna indietro, che ridiventa carbone, è un nugolo di battiti cardiaci sprecati e persi per sempre, è un’irrisione a noi stessi e alla nostra capacità di volare alto nel Cielo della Conoscenza“.

Stefano Reali

Com. Stam.

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