Terrasini: “Solitudini” mostra di pittura di Pino Manzella

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Domenica 20 Gennaio 2019 alle ore 18.00 presso il Margaret Cafè, in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà inaugurata la mostra di pittura di Pino Manzella intitolata “Solitudini”, Presenta Lavinia Spalanca.

La mostra, visitabile tutti i giorni dalle 9:00 alle 22:00 fino al 9 Febbraio 2019, è promossa e curata dall’Associazione Asadin, con testi di Lavinia Spalanca, comunicazione Evelin Costa.

Solitudini

Gli alberi di Pino Manzella

L’albero, si sa, è una metafora potentissima. Simbolo di vita, di ascensione verso il cielo, l’albero mette in comunicazione il livello sotterraneo del cosmo – per le radici che affondano in profondità – quello superficiale – per il tronco e i primi rami – e infine il livello celeste – per i rami superiori e la cima illuminata dal sole. Simbolo dei rapporti fra la terra e il cielo, i cui frutti donano immortalità, l’albero sprofonda nel nostro mondo e risale sino all’Aldilà. Per i suoi molteplici aspetti, e il dinamismo delle forme, l’emblema vegetale ha da sempre attratto l’immaginazione degli artisti, generando svariate interpretazioni. Si pensi, per rimanere al Novecento, agli alberi di Bruno Caruso, ‘mostri’ vegetali metafora della violenza del potere, simboli terreni di sopraffazione o, su tutt’altro piano, agli alberi come intreccio di segni caratteristici delle incisioni di Carla Horat, che vi coglie tutta l’energia magmatica e cosmica. A fornici un’ennesima, ed originale, versione di questo emblema primordiale è l’artista Pino Manzella, cantore di paesaggi assolati, inondati da una luce mediterranea. Sullo sfondo di uno scenario scabro ed essenziale si staglia un albero – quasi sempre il prediletto carrubo – che con la sua sola presenza vivifica il paesaggio. Nulla di religioso lo connota: per la folta chioma e il denso fogliame l’albero di Manzella non evoca il consueto simbolismo della verticalità, nel significato emblematico di ascesa al cielo, ma suggerisce piuttosto il persistere nell’orizzontalità, quasi un affondare nella terra. È nella sfera mondana, dunque, che va ricercato il suo significato. Manifestazione archetipica della potenza naturale, lungi da riferimenti all’Aldilà, l’albero del pittore ha le radici ben piantate nell’humus che alimenta i suoi frutti. Padre-albero immerso nella madre-terra, il vegetale non ci suggerisce un’evasione spirituale, in un altrove impossibile da raggiungere, bensì un attaccamento alla nostra identità. A riscattarlo dalla sua solitudine, dall’inevitabile appartenenza all’Aldiquà, è però l’ombra rinfrescante gettata dalla sua chioma, frescura improvvisa nella desolazione. Ecco che il padre-albero regala al viandante solitario, al pastore errante, la sua protezione, sottraendolo all’aridità. In questi interminati spazi, pervasi da un silenzio interrotto a tratti dallo stridio delle cicale, il vegetale diventa così l’oasi naturale, il fiore del deserto che ci libera dal peso dell’esistenza.

Se è in questo simbolismo, allora, che va ricercata la specificità dell’albero, ad approfondirne i significati è il rimando costante alla sfera letteraria. Pittore speculativo, di pensiero, Manzella rende omaggio ai grandi scrittori e pittori del Novecento, con i loro oggetti-emblema: il pino scarnificato, che si scolpisce nel caos, di Luigi Pirandello (L’albero di Pirandello), o il ficus metamorfico di Bruno Caruso, riletto all’insegna dello scarto, della consapevole deviazione dall’originale. Se l’inquietante albero di Piazza Marina, a due passi dalle carceri dell’Inquisizione, condivide l’oppressione del potere – secondo la mirabile interpretazione di Leonardo Sciascia – il ficus dipinto da Manzella adombra un’altra minaccia: quella del crimine che si riaffaccia, più implacabile che mai, nell’omaggio a Santo Piazzese, e ai suoi Delitti di via Medina-Sidonia, compendiati nella macabra immagine di un uomo impiccato ad un albero, quasi un pinocchio collodiano in salsa noir (L’impiccato). Simbolo selvatico di perdita nella natura è, invece, l’albero di Vincenzo Consolo (L’ulivo). La solitudine dell’albero, si diceva prima. Una solitudine fantasticante, per dirla con Bachelard, spazio dell’io da cui si sprigiona l’immaginazione (Notturno), o ancora il palcoscenico improvvisato di un ‘teatro’ di parole. È il caso dell’omaggio al poeta in dialetto Nino De Vita (Sutta ô carrubbu), i cui personaggi dibattono – in un dialogo strampalato e surreale che ricorda l’onirismo fiabesco di Franco Scaldati – sotto l’ombra protettiva di un carrubo.

A corroborare il gioco intertestuale fra arte e letteratura – leitmotif dell’intera opera di Manzella – è la corrispondenza fra immagini e parole intrattenuta dalle sue chine acquarellate su carta antica. Un intreccio indissolubile fra pittura e segno grafico, ma anche fra presente e passato, tempo e memoria, in cui s’inscrive, nella sua assolutezza, la solitaria icona dell’albero della vita.

Com. Stam.

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