Il Medio Oriente prova a ricominciare. Dalle primavere arabe alla rinascita della Siria

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Parliamo con Sebastiano Caputo, giovane reporter italiano che ha viaggiato molto in Medio Oriente e Siria. Caputo ha visto con i suoi occhi la realtà e la sofferenza di quelle terre e ha pubblicato recentemente un libro-reportage, “La Mezzaluna sciita”. Cerchiamo di capire insieme, a sette anni dall’inizio della guerra siriana, cos’è successo e cosa sta succedendo.

Caputo siria
Sebastiano Caputo

D: Le primavere arabe erano state accolte da molti commentatori come un nuovo inizio, che però non si è realizzato nella maggior parte dei Paesi. Quali pensi siano stati gli errori di valutazione all’epoca?

R: Le primavere arabe scoppiano nella primavera del 2011 in Tunisia, quando un ragazzo si dà fuoco per protesta. Era un laureato che era costretto a fare il fruttivendolo in un Paese in cui la disoccupazione giovanile era altissima. Fece questo gesto di immolazione che diede il via a un’ondata di mobilitazioni popolari. Però quando si parla di primavere arabe è necessario fare un passo indietro, di due anni esattamente. Mi riferisco al discorso molto importante che l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama fece al Cairo nel 2009. Obama si era da poco insediato e fece probabilmente uno dei più bei discorsi degli ultimi decenni sul Medio Oriente dei presidenti americani, soprattutto dopo molti anni in cui c’era stata una politica di stampo neoconservatore.

D: Quale fu il senso di quel discorso?

R: Quel discorso fu molto importante perché era un discorso di riappacificazione e riavvicinamento con tutto il mondo islamico. Era un discorso di rottura con la dottrina dello scontro di civiltà di Huntington, il quale ha voluto mettere l’Occidente pseudocristiano (perché in realtà l’Occidente cristiano non è) contro il mondo islamico.

Il problema è stato che pochi anni dopo che Obama si recò al Cairo, egli tradì quello stesso discorso che aveva pronunciato, perché, per quanto l’intervento in Libia nel 2011 fu in un primo momento inglese e francese, in un secondo momento parteciparono anche gli americani. Ricordiamo la storica frase di Hillary Clinton, che allora era segretaria di Stato e dopo l’uccisione di Gheddafi disse: “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”. Quindi anche l’amministrazione Obama aveva le sue responsabilità e di fatto l’intervento militare tradiva il discorso del Cairo del 2009.

Ma c’è un altro dettaglio molto importante: in quel viaggio Obama in realtà firmò un patto, un’alleanza con la Fratellanza musulmana, che allora non era ancora al potere in Egitto. Quel patto che lui firmò con la Fratellanza musulmana in qualche modo preparava, o perlomeno già orientava l’andamento delle relazioni internazionali.

obama cairo
Il discorso di Obama al Cairo

D: Che è successo dopo?

R: L’amministrazione Obama ha puntato sulla Fratellanza Musulmana in tutto il mondo islamico, non solo in Egitto, ma anche in Siria, in Tunisia e in altri Paesi. Quindi abbiamo visto quel che abbiamo visto: un’organizzazione, quella dei Fratelli musulmani, che è stata in grado di conquistare il potere ma non di gestirlo. Infatti, sono stati rovesciati o si sono cercati di buttare giù dei governi, come quello di Ben Alì in Tunisia, quello di Mubarak in Egitto, di Gheddafi in Libia, di Assad in Siria, che con tutti i loro difetti, tutte le ingiustizie sociali del caso, riuscivano a garantire una certa stabilità. Questo ha fatto sì che l’Europa si allineasse alla dottrina Obama. Di conseguenza è successo quel che abbiamo visto: una politica estera totalmente fallimentare, che poi ha portato alla nascita dello Stato Islamico in Siria e in Iraq.

D: Proprio a proposito di questo tu parlavi della Siria. Sembra che ormai Assad sia il vero vincitore del conflitto. Ritieni possibile alla luce delle tue esperienze sul campo un nuovo inizio per la Siria?

R: La cosa divertente è che tutti quanti davano Assad per morto già le prime settimane. Tutti quanti pensavano che avrebbe fatto la stessa fine di Ben Alì e di Mubarak, cioè che avrebbe preso il primo aereo per rifugiarsi a Doha, a Riad o chissà in quale Paese inaccessibile al mondo occidentale. Invece contro ogni aspettativa Assad, che era un presidente molto giovane allora e non aveva un’esperienza di potere lunga come Gheddafi, Mubarak o Ben Alì, è rimasto in sella al potere. Ha giocato la sua partita, è riuscito a federare il Paese, a non dare adito ai gruppi terroristici che sono nati col passare degli anni. Abbiamo visto una successione di gruppi da Jabhat Al Nusra (filiale siriana di Al Qaeda) al sedicente Esercito Siriano libero, che poi è stato divorato da Al Nusra. Questa, che oggi si chiama Tahrir Al Sham, ha partorito nel frattempo Daesh (ossia l’Isis) con cui è stata connivente e collusa.

Caputo Sebastiano siria
Sebastiano Caputo in Siria

D: E oggi?

R: Sono passati sette anni, la guerra sta volgendo al termine. C’è un’ultima sacca, quella di Idlib, al nord della Siria, ma è una questione molto delicata. A Idlib ci sono postazioni militari turche, mentre dall’altra parte postazioni russe e in questo momento né Erdogan né Putin vogliono lo scontro frontale. Non a caso è stato firmato un accordo per una cintura di sicurezza. Ma la guerra rimane ormai circoscritta solo in quella regione. Considerando che c’è anche la questione del Kurdistan siriano al nord, comunque la situazione è cambiata rispetto al passato.

Io penso che in Siria si stiano già firmando accordi commerciali per la ricostruzione e credo che nei prossimi mesi lo vedremo ancora di più. Fatto sta che bisogna ancora risolvere la questione militare a Idlib e la questione militare nel nord della Siria, che ha una zona a maggioranza curda e anche una forte presenza militare americana sul posto.

D: C’è qualche episodio che hai vissuto che ti ha dato l’impressione che il Paese possa rinascere?

R: Di esperienze ne potrei citare tantissime. Io penso che le testimonianze più importanti siano proprio quelle che non ci vengono raccontate nei media occidentali. Non si vuole raccontare la rinascita, la ricostruzione della Siria, perché chiaramente è una guerra che l’Occidente ha perso e che fa di tutto adesso per silenziare e oscurare. Infatti, non vediamo mai immagini della rinascita e della ricostruzione. Io penso che parlino chiaro le fotografie, molto belle, dove la quotidianità riprende, dove la vita torna a essere quella che era prima del 2011. La vita di un Paese con tutti i suoi problemi ovviamente, ma un Paese laico e multiconfessionale dove c’era una forte unità popolare nella sua diversità. La Siria è un paese molto vario, con etnie e religioni diverse, ma che convivono nella stessa nazione. Proprio queste immagini di matrimoni musulmani e cristiani, di feste, di ragazzi che tornano per la prima volta all’università, di scuole che riaprono, queste immagini di vita secondo me testimoniano la rinascita di un Paese contro una volontà occidentale che ha fatto di tutto per distruggerlo. Infatti, bisogna sempre ricordare che i siriani non hanno mai voluto la guerra. La guerra gli è stata portata in casa e loro non hanno fatto altro che difendersi.

D: Tu sei il presidente di Sos Cristiani d’Oriente in Italia, associazione che sostiene i cristiani in Siria.

R: Abbiamo di recente dato vita alla fondazione Sos Cristiani d’Oriente, che è la filiale italiana dell’associazione francese Sos Chretiens d’Orient. Questa associazione è nata nel 2013, proprio quando Al Nusra stava conquistando il villaggio cristiano di Malula. Erano degli anni terribili. Fu lanciata questa associazione, che con il passare degli anni ha avuto molto successo e che si è sviluppata in tutto il Medio Oriente. Siamo ormai presenti in Egitto, in Libano, in Iraq, in Giordania, oltre che in Siria, dove abbiamo moltissimi progetti.

D: Pensi che per i cristiani sia possibile ricominciare a convivere con le altre comunità in pace dopo questo conflitto sanguinoso?

R: La vocazione di questa associazione umanitaria è proprio aiutare i cristiani a rimanere nella loro terra, perché quella è la loro terra, perché lì nasce il cristianesimo. Il cristianesimo nasce in Oriente, non in Occidente e i cristiani sono i protagonisti di quel mosaico etnico-religioso. Hanno sempre avuto il loro posto in mezzo ai musulmani e devono conservarlo. Bisogna fare di tutto per fermare l’emorragia dei cristiani che lasciano le loro terre per andare in Occidente, un Occidente che peraltro è molto distante dai loro valori prepolitici. Quindi è necessario aiutarli a rimanere nelle loro terre, sostenerli per ritornare a vivere in quel mosaico etnico-culturale e continuare a far giocare loro un ruolo di primo piano nel dialogo interreligioso. Credo infatti che il vero dialogo interreligioso non si faccia in Occidente, ma in Oriente. Penso che loro siano molto più lucidi di noi occidentali, che facciamo di tutto quasi per creare una guerra civile in Europa e in America. Lì invece il dialogo interreligioso è molto più genuino, più sano, più spontaneo, e credo che riusciranno senza nessun problema a ritessere dei rapporti di amicizia profonda nella diversità.

Articolo originariamente pubblicato sul numero di ottobre 2018 dell’Eco del Bunker, giornale degli studenti della Bocconi

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