Le sanzioni all’Iran. L’inizio della sfida

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A partire dallo scorso 7 agosto sono entrate in vigore le prime misure delle sanzioni decise dall’amministrazione USA ai danni dell’Iran. Ricordiamo che la Repubblica islamica viene accusata dal presidente Trump di essere venuta meno agli accordi del cosiddetto “Accordo sul nucleare”, da cui gli Stati Uniti sono usciti lo scorso maggio.

Le sanzioni hanno colpito innumerevoli settori dell’economia iraniana, la quale ancora necessita di importare una gran quantità di prodotti finiti da Paesi terzi. Tanti iraniani, vecchi e giovani, si dicono molto preoccupati dalle conseguenze che queste sanzioni potrebbero avere su un’economia fragile come quella iraniana. Ed il peggio deve ancora venire. Su Twitter il presidente Trump ha annunciato che le sanzioni raggiungeranno livelli mai visti nel mese di novembre, quando le misure toccheranno anche l’esportazione petrolifera (da sempre la maggiore risorsa del Paese) e il settore bancario.

la strategia americana

Non è la prima volta che gli USA ricorrono allo strumento delle sanzioni come strumento di pressione politica. Tuttavia, la durezza di queste particolari misure non è passata inosservata. Sono state sollevate due principali ipotesi.

Taluni sostengono che il fine ultimo sarebbe quello di costringere Teheran a rinegoziare l’ormai rinnegato accordo sul nucleare, ovviamente a condizioni più favorevoli per gli USA. Il presidente Hassan Rouhani ha affermato in un’intervista che gli Stati uniti stanno tentando di condurre una “guerra psicologica” per poter finalmente raccogliere i frutti della loro ipocrisia.

Ma la seconda ipotesi è molto più preoccupante. Quello che sta succedendo ricorda sinistramente altri precedenti della politica estera americana, come ha giustamente affermato Vittorio da Rold: l’Iraq di Saddam, la Libia di Gheddafi, la Corea di Kim (http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-20/ecco-perche-le-sanzioni-economiche-iran-cocci-saranno-europei-e-vantaggi-cinesi-123550.shtml?uuid=AEGLUcrE ).

la storia insegna

Negli ultimi mesi si è verificato un crescendo di tensioni in seno alla società iraniana: la popolarità del regime non era mai stata così bassa dai tempi della rivoluzione nel 1979. La deprecabile situazione in cui versa l’economia della repubblica islamica, il continuo deprezzamento del Riyal (la moneta nazionale), la mancanza di posti di lavoro, la corruzione dilagante fra i politici e le élite dei Pasdaran…. Tutti questi elementi di instabilità sono ben conosciuti da Washington, che magari sta cercando la scintilla giusta per dar fuoco alla polveriera iraniana. Non sarebbe la prima volta che gli USA tentino un cambio di regime utilizzando lo strumento economico, come abbiamo ricordato poco fa. Il problema risiede nella reale efficacia di queste misure.

La storia ci insegna che l’isolamento economico raramente significa la fine per i regimi, che al contrario lo sfruttano abilmente per fini propagandistici. Può, ad esempio, essere usato come capro espiatorio del mancato raggiungimento degli obiettivi fissati dal Governo, senza contare l’elevato effetto di coesione della società civile contro ciò che viene percepito come una minaccia esterna. Noi italiani, a dirla tutta, possiamo trovarne un buon esempio nell’”oro alla Patria” organizzato dal fascismo durante la guerra d’Etiopia. Ed anche i recentissimi casi di sanzioni decise dall’amministrazione Trump non sembra abbiano dato buoni frutti (ricordiamo che la lenta de-escalation della situazione nordcoreana è stata dovuta alle determinanti pressioni della Cina, non alle minacce americane).

i danni per l’europa

Per ora, come europei, possiamo limitarci a quantificare le ripercussioni di queste misure sui proficui scambi commerciali che l’Iran da sempre intrattiene con il continente europeo. Il presidente Trump ha minacciato gravi conseguenze per tutti i partner commerciali americani che non cesseranno i propri rapporti con l’Iran: “O con loro o con noi!”. I Paesi più danneggiati sarebbero la Francia, la Germania e, nemmeno a dirlo, l’Italia.

Durante la sua visita in Nuova Zelanda l’Alto Commissario Federica Mogherini ha affermato che si sta lavorando al dialogo con gli USA per tentare di moderare la durezza delle misure. Ma ha al contempo affermato che l’Europa dovrà essere unita per difendere non solo gli interessi commerciali dei vari Paesi membri, ma anche il benessere della popolazione iraniana dalle estreme conseguenze di un blocco prolungato.

L’Italia, in particolare, ha da sempre grandi interessi nel commercio con l’Iran. Siamo sempre stati un Paese privilegiato da questo punto di vista, e ancora deteniamo il primo posto per volume di export verso l’Iran, da cui otteniamo grandi quantità del prezioso petrolio. Il profitto generato da questi rapporti si aggira intorno ai 14 miliardi di euro annui, per non parlare delle magnifiche opportunità che aziende come Leonardo, Fincantieri e FS dovrebbero lasciare in pasto agli omologhi cinesi (ad oggi i principali partner commerciali dell’Iran).

 

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