“In Siria si respira un’aria nuova”, una nazione e una guerra raccontati da chi l’ha visti in faccia

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Fulvio Scaglione è un reporter con la scorza dura. Lo capisci subito dal suo sguardo quando ti siedi davanti a lui, anche se ti trovi in un bar qualsiasi in una trafficata via milanese. Ha visto molto e ha molto da raccontare. Lo abbiamo intervistato di ritorno da un viaggio in Siria, dove ha guardato negli occhi un popolo martoriato da una guerra che dura da sette lunghi anni e ha scritto interessanti reportage per Gli occhi della guerra. Scaglione ha voluto vedere in faccia la realtà della Siria, a differenza di molti giornalisti che ne parlano comodamente dai loro sicuri uffici occidentali o camere d’albergo. Proprio per questo ha tanto da dire e quel che racconta a volte è spiazzante. Questa è la prima puntata di un’imperdibile intervista in due parti.

D: Sembra che dalle notizie che arrivano dalla Siria la vittoria di Assad sia ormai inevitabile. Qual è l’aria che si respira nelle città siriane?

R: Nelle grandi città siriane, soprattutto Damasco, è come se il dopoguerra fosse già cominciato, anche se in realtà la guerra c’è ancora. C’è la guerra nel sud – ed è guerra vera – e al nord c’è questa situazione per cui a una ventina di chilometri da Aleppo c’è l’esercito turco, come se fosse in Turchia. Però soprattutto nella capitale Damasco si respira un’aria come se il dopoguerra fosse già cominciato e la gente esprime palesemente una voglia di fare, di ricominciare e anche in qualche modo di dimenticare.

Nel Paese c’è un grande orgoglio nazionale per quella che è considerata una vittoria sull’imperialismo americano. I siriani non guardano a quello che è successo come a una guerra civile. Forse hanno anche ragione, nel senso che è palese che la grande maggioranza della popolazione è rimasta fedele ad Assad e al suo governo. Questo è assolutamente palese, basta fare i conti. Se si pensa che in Siria il 75% della popolazione è musulmano sunnita, mentre Assad rappresenta il potere della minoranza sciita (che è il 15% circa, forse anche meno), è palese che la grande maggioranza dei musulmani sunniti sono rimasti con Assad lo sciita. Questa è pura matematica, altrimenti Assad non avrebbe potuto resistere da solo contro il resto del mondo almeno quattro anni. L’esercito non si è sfasciato, l’amministrazione pubblica non si è sfasciata, il tessuto economico ovviamente si è drammaticamente impoverito ma non si è sfasciato. Non c’è stata la diserzione dei commercianti. Quindi tutto ciò messo insieme, più la questione militare, che ovviamente volge a favore dell’esercito siriano, sono motivo di grande orgoglio per i siriani. Anche questo contribuisce alla voglia che si respira. È come se avessero già vinto, anche se in realtà non hanno ancora vinto. Questo in generale si vive soprattutto nella capitale Damasco.siria damasco

Poi la situazione cambia nelle diverse grandi città, perché ognuna di esse aveva e ha avuto negli anni della guerra una storia diversa. Aleppo, per esempio, prima della guerra aveva 4,6 milioni di abitanti e circa 1,2 milioni di operai, perché era una città fortemente industrializzata. È chiaro che la situazione è diversa in una città così, dove adesso la popolazione è dimezzata, dove la gran parte delle industrie e delle fabbriche (quelle che erano nella parte est controllata dai terroristi) sono state smantellate e le attrezzature rivendute in Siria. C’è stato veramente un progetto per deindustrializzare, per distruggere materialmente l’economia della Siria. In una città operaia come Aleppo questa cosa è ovviamente più pesante che in una città sostanzialmente commerciale come Damasco, tanto per dirne una. Aleppo fa più fatica, le distruzioni sono state molto più massicce, proprio dentro la città. Quindi quella è già un’altra situazione.

Invece Homs, che è stata la città dove sono cominciati i primi grossi scontri armati (mentre le proteste sono partite a sud) ha un altro tipo di problema. C’è stata sì la pacificazione, però si intuisce che una tensione è ancora presente e viva.

Questo per dire che il quadro del Paese è molto vario, ma in generale si percepisce una grande voglia di ripartire, che si vede in tanti modi. Posso parlare delle strade e del traffico: fino a un po’ di tempo fa erano rarissimi per esempio i camion o i pullman. Adesso c’è tanto traffico in più, la gente vuole muoversi, vuole riprendere i contatti, vuole riprendere a commerciare, a intraprendere. Si vedono colonne di camion, che tendono a viaggiare in convoglio ma sono molto numerosi… Anche i trasporti pubblici sono il segnale che tanta gente vuole ricominciare a muoversi. Quindi in generale c’è questo clima povero ma euforico, per fare un’estrema sintesi.

D: Come hai scritto nei tuoi articoli, c’è il problema di una generazione perduta di giovani. Si vedono sui muri delle strade, quasi in modo ossessivo, le foto di quelli che sono chiamati martiri. Come affronteranno questo problema i siriani?

R: Io credo che l’unica cosa che possano fare sia aspettare che cresca una nuova generazione, perché la generazione dei giovani uomini, tra servizio militare, gente che è morta, che è andata coi ribelli, terroristi, oppositori, gente che è scappata all’estero anche per non fare servizio militare, è chiaro che è stata realmente decimata. Oggi quella generazione dovrebbe essere la spina dorsale del Paese, tenendo poi presente che la guerra continua, quindi la leva e la mobilitazione militare sono ancora in corso. Io credo che l’unica cosa è che crescano i più piccoli, innanzitutto perché non si sa quando la situazione sarà realmente pacificata, quindi quando si potrà smobilitare, non avere la leva obbligatoria, il servizio militare attivo, la guerra…

E poi credo che difficilmente quelli che sono emigrati torneranno, anche perché su di loro pesa ormai una sorta di stigma. In un Paese dove praticamente ogni famiglia ha un qualche lutto da piangere e dove su tutti i muri ci sono le foto di quelli che sono morti per difendere il Paese dai terroristi, chi è scappato deve certamente affrontare un clima non facile… Insomma, se torni in un posto dove il tuo vicino di casa ha avuto il figlio che è morto militare e tu sei scappato all’estero, perlomeno è imbarazzante. Questo, per via del discorso sull’orgoglio che facevo prima, si sente molto. È evidente per esempio la gratitudine verso l’esercito.

Quindi credo che sarà difficile che i giovani che sono fuggiti ritornino, anche perché purtroppo la crisi siriana dura da sette anni e non è ancora finita. Uno che è scappato quattro o cinque anni fa e magari è riuscito ad ambientarsi e sistemarsi da qualche parte, potrà avere certo la nostalgia del Paese e tutto quello che si vuole, ma…

D: A livello politico, c’è da parte delle persone che sono rimaste un rinnovato stringersi intorno alla struttura politica vigente o si intravede qualche possibile fermento che possa far evolvere il sistema?

R: No, al momento non si intravedono particolari novità, anche perché credo che paradossalmente Assad sia più popolare adesso di prima. È un paradosso ovviamente, ma è solo per dire che le stesse ragioni per cui noi lo stigmatizziamo in Occidente sono le ragioni per cui una gran parte dei siriani lo apprezza in Siria: essersi opposto in maniera intransigente, non aver mai ceduto, non aver mai dato un segno di debolezza o di rassegnazione.

assad siria
Il presidente siriano Assad

Non dimentichiamoci che per quattro anni, prima dell’intervento dei russi, la Siria è stata sola contro il resto del mondo, perché prima aveva contro i Paesi del Golfo, la Turchia, gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, Israele. Aveva tutti contro. Ha resistito per quattro anni da sola a tutto ciò e Assad in qualche modo è stato protagonista di questa resistenza, ci piaccia o no.

Quindi questo gli dà adesso una rendita di posizione politica non indifferente. Io ho anche scritto, e ne sono convinto, che, se domani si facessero delle elezioni libere in Siria col controllo dell’ONU, le vincerebbe Assad, se si ripresentasse. Questo è un grosso problema politico, perché come potrebbero tutti questi Paesi accettare la certificazione della loro sconfitta? Questo mi rende un po’ pessimista nei confronti di un’ipotetica fine della crisi siriana, perché anche per questa ragione politica temo che ci sarà chi continuerà a tenere la pentola accesa. Insomma, non è difficile in Medio Oriente.

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