Finché c’è guerra c’è speranza

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Nel nostro ultimo articolo ci eravamo soffermati su una tematica particolarmente delicata: l’importazione di armi nel continente africano. Oggi vogliamo discutere del ruolo che l’Italia ha in questo mercato internazionale. Quante e quali armi produce l’Italia? Ma soprattutto, a chi le vende?

LA TRASPARENZA, QUESTA SCONOSCIUTA

Nell’ordinamento italiano è presente una legge in particolare, la L. 185/1990, che disciplina l’informazione pubblica sulla produzione di armamenti. La legge prevede in maniera specifica la qualità e il dettaglio delle informazioni che le varie ditte produttrici, sia quelle italiane che quelle straniere aventi stabilimenti sul nostro territorio, sono tenute a comunicare.  Questa norma, giunta dopo periodi di aspre polemiche sulla mancanza di trasparenza, è stata salutata come un fondamentale passo avanti. Soprattutto se si considera che precedentemente questo genere di informazioni potevano essere coperte dal segreto di Stato.

In verità, pur volendosi spacciare per uno degli Stati più scrupolosi in materia, l’Italia non fornisce all’UNROCA (ovvero, il Registro dell’ONU sul monitoraggio degli armamenti) informazioni esaustive dal lontano 2009. Giorgio Beretta, analista presso l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia, all’inizio di quest’anno ha pubblicato un articolo sulle sue ricerche, che rivelano queste gravi mancanze del procedimento italiano.

ITALIANI BRAVA GENTE

Ma quante possono mai essere le armi che l’Italia vende? Saranno davvero così tante? Generalmente queste domande non sono mai state molto frequenti. Tuttavia, hanno incominciato ad essere di attualità quando lo scorso dicembre il New York Times pubblicò un’inchiesta che fece scalpore: le bombe che l’Arabia Saudita sta usando in Yemen, colpendo villaggi ed altri obiettivi civili, sono di produzione italiana! L’Italia sta contribuendo al massacro della popolazione yemenita! Un articolo che fece scalpore (“Italiani brava gente”) ed a cui fu dato enorme risalto a livello internazionale.

Certo, essere accusati dagli Stati Uniti di vendere armi a Paesi in guerra suona leggerissimamente ipocrita (ed in effetti, bisogna riconoscere che gli USA ai sauditi le armi non le vendono, ma le regalano direttamente!). Ciò non di meno, è un fatto che le armi italiane sono presenti negli arsenali di tutto il Mondo. E la nostra industria non si limita ad armi leggere e di piccolo calibro, come le 9mm o i fucili d’assalto. La qualità del Made in Italy si estende anche alla tecnologia militare per l’aeronautica e la cantieristica navale, passando per missili, munizioni per l’artiglieria ed accessori di vario genere.

I NOSTRI MIGLIORI AMICI

Un altro giornalista, Alberto Negri, in suo articolo pubblicato sul Sole24Ore ormai un anno fa, già denunciava il massiccio traffico di armamenti leggeri e pesanti fra l’Italia e il Medio Oriente. Se tutto il Mondo apprezza l’efficienza delle armi nostrane, i clienti più fedeli e danarosi rimangono sempre le monarchie del Golfo. Il che spiega le munizioni italiane trovate in Yemen. Da sole, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait assorbono il 59% delle nostre esportazioni di armi. Lo scorso anno sono stati venduti, fra gli altri articoli, 28 caccia Eurofighter della Leonardo, mentre Fincantieri ha ottenuto una lucrosa commissione dalla Marina del Kuwait per diverse decine di milioni di euro.

Fonte: LINKIESTA

 

Come si può vedere dal grafico, nel 2015 le commissioni ottenute dall’industria bellica italiana ammontavano a circa 14,6 miliardi di euro. Due anni prima non raggiungevano i 3 miliardi. Questo significa che, con buona pace dello spread, questo settore dell’economia italiana non conosce crisi, anzi. Solo analizzando i nostri migliori acquirenti del Golfo, l’import militare è aumentato del 245% stando ai dati ufficiali.

CLAUSOLE DI RISERVATEZZA

Ma se qualcuno ha interesse a sapere quali sono davvero tutti i Paesi che acquistano da noi questi articoli, e in quali quantità, dove dovrebbe cercare? In seguito alla ratifica da parte dell’Italia del Trattato sul Commercio di Armi (ATT) nel 2013, è il nostro Ministero degli Esteri ad essere incaricato di compilare e spedire con cadenza annuale a Ginevra, sede del Segretariato dell’ATT, una precisa relazione. Purtroppo, lo scorso anno l’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) ha inviate informazioni giudicate dal Segretariato “gravemente insufficienti” e deficitarie. Sempre Giorgio Beretta fa notare come nella relazione dell’anno 2016 (comodamente reperibile sul sito dell’ATT) manchi addirittura la colonna dedicata normalmente all’elenco delle nazioni destinatarie delle esportazioni.

Questo avviene poiché l’UAMA ha deciso, per queste ad altre informazioni, di avvalersi di una apposita “clausola di riservatezza” prevista dal trattato, invocabile quando lo Stato in questione ritenga talune informazioni altamente sensibili sotto il profilo della sicurezza nazionale o di quello commerciale. Ovviamente, non sono i membri dell’autorità che decidono quando azionare questi strumenti. C’è sempre bisogno di una direttiva da parte del governo o comunque del Ministero. Ed inoltre, quando si ricorre alla clausola, i governi non sono tenuti a giustificare o spiegare in alcun modo il perché di questa decisione. Evidentemente, da alcuni anni a questa parte, l’Italia fa lucrosi affari con soggetti internazionali la cui identità potrebbe rivelarsi imbarazzante agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma dopotutto, in tempo di crisi qualsiasi ulteriore entrata è una manna. Il nostro governo lucra sul numero e sulla tipologia di autorizzazioni concesse per la produzione di articoli militari. Nemmeno 20 anni fa l’Italia era uno dei maggiori produttori al Mondo di mine antiuomo, oggi ci siamo dedicati ad articoli più sofisticati. In fondo, come titolava un vecchio film di Alberto Sordi, “finché c’è guerra c’è speranza”.

 

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