Un affare di famiglia ~ Tutti insieme pericolosamente

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Da quando la distribuzione italiana si è finalmente accorta di lui, vale a dire da Father and Son (2013) in poi (Little Sister, Ritratto di famiglia con tempesta), il regista giapponese Hirokazu Kore-eda non fa che ripeterci che il concetto di istituzione familiare, ovvero il primo pilastro della società non solo orientale, è in profonda crisi. Anzi, probabilmente andrebbe ridefinito, esteso, aggiustato, rivisto in un’ottica di apertura, accoglienza.

Un’argomentazione che qui giunge all’estremo, dato che il cineasta ci mostra un nucleo di parenti stretti come tanti – una nonna, Hatsue, una coppia, Osamu e Nobuyo, la sorella di lei, Aki, un bambino, Shota – che alle normali attività lavorative affianca, per arrotondare, vari furtarelli, nei supermercati e nelle botteghe. Una sera Osamu e Shota, di ritorno da una ruberia, trovano in una casa una bambina apparentemente abbandonata (e di certo trascurata). Le danno qualcosa da mangiare, poi decidono di portarla nella loro dimora. Un’“adozione” anomala che ci introduce i personaggi e ci induce progressivamente a notare che azioni e comportamenti circospetti sono all’ordine del giorno per queste persone. Gli indizi sapientemente disseminati nei dialoghi e un drammatico risvolto ci rivelano infine la verità.

Il plot, in fondo, è davvero semplice, ma è importante non inoltrarsi troppo nel raccontarlo, per non compromettere le emozioni che il film, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è in grado di suscitare. L’idea è quella di mettere in discussione la validità e l’efficacia degli assetti tradizionali, soprattutto in una nazione ordinata come il Giappone. Se è il destino a decidere dove si nasce e circondati da chi, non è detto che si tratti di un modello infallibile. Per contro, le cattive abitudini dei protagonisti, i loro sotterfugi, le loro convinzioni più o meno intrinseche (che potrebbero far pensare incredibilmente a degli scenari già concepiti da Shyamalan) sono il segno di una sovversione condotta in maniera sbagliata, che si rende punibile per il rifiuto anche delle più elementari regole civili, per eccesso di ingenuità o di presunzione. Kore-eda non prende le distanze, ma ci rende partecipi di una vicenda che all’inizio non capiamo fino in fondo, imponendoci un punto di vista che deve farci dubitare. Un percorso coraggioso, disallineato, veicolato da attori sensibili. In prima linea, nel ruolo del capofamiglia, c’è Franky Lily, presenza quasi fissa nel cinema dell’autore nipponico, così come lo è Kiki Kirin, da poco scomparsa, da noi relativamente nota pure per aver interpretato Le ricette della signora Toku.

Un affare di famiglia (Manbiki kazoku, Giappone, 2018) di Hirokazu Kore-eda con Franky Lily, Kiki Kirin, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Jyo Kairi

Massimo Arciresi

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